tasse affitto

Tasse affitto: quali sono da pagare

Oggi parliamo di tasse affitto: sì perché l’affitto di un immobile è sottoposto a una determinata tassazione.

Le imposte, in questo caso specifico, devono pagarle sia il proprietario che l’inquilino. Ma questo avviene in modi diversi che ora andremo a esaminare.

Prima di iniziare ad approfondire l’argomento, devi ricordare che ci sono due categorie di tasse sulla locazione.

E cioè quelle che si pagano quando si firma il contratto e quelle che, invece, provengono dal reddito della locazione.

 

Tasse affitto casa

Quando si stipula il contratto d’affitto si devono pagare due imposte, vale a dire l’imposta di registro e quella del bollo.

Al momento del contratto si paga l’imposta di registro e questo è indispensabile per la validità del contratto.

Questa imposta deve essere corrisposta entro 30 giorni dalla data della firma del contratto.

E, inoltre, entro 60 giorni, deve essere comunicata all’inquilino e all’eventuale amministratore condominiale.

Se il locatore non registra l’affitto, può essere l’inquilino a farlo. Anche perché, nel caso di affitto in nero, riguardo all’imposta di registro evasa, sono responsabili entrambi.

La tassa equivale al 2% del canone annuo moltiplicato per il numero degli anni, quando si tratta di strutture a uso abitativo.

Nel caso di fabbricati strumentali per natura, l’imposta di registro ammonta all’1% del canone annuo. Sempre che la locazione sia effettuata da soggetti passivi IVA. Negli altri casi equivale al 2%.

Esistono delle eccezioni che riguardano i fondi rustici. In questo caso l’imposta di registro ammonta allo 0,50% del totale annuo moltiplicato per il numero degli anni.

Nel caso dei contratti di locazione di immobili in Comuni ad alta tensione abitativa, stipulati con la formula del canone concordato, c’è una riduzione del 30% sulla base imponibile da cui si calcola l’imposta di registro.

Ciò vuol dire che si considera solo il 70% del corrispettivo annuo

Bisogna precisare che l’imposta di registro che riguarda il primo anno di locazione non può essere mai inferiore a 67 euro.

E, al momento della registrazione, si può decidere di pagare l’imposta per tutta la durata del contratto. Cioè il 2% del corrispettivo annuo moltiplicato per gli anni di locazione previsti dal contratto.  Oppure si può pagare in maniera annuale.

Nel caso di disdetta del contratto anticipata e l’imposta è già stata pagata per tutto l’anno, si può richiedere il rimborso dell’importo pagato in eccesso.

Se la registrazione del contratto è un compito che spetta al proprietario dell’immobile, lui e l’inquilino devono pagare l’intera somma e quindi spesso la si suddivide in parti uguali.

L’imposta di bollo su tutti i contratti che devono essere registrati, corrisponde a 16 euro ogni 4 facciate dell’atto (ogni 100 righe).

In caso si scelga la formula della cedolare secca, imposta di registro e di bollo non devono essere pagate.

 

L’imposta sui canoni di locazione

In quanto reddito per il proprietario dell’immobile, i canoni di locazione sono tassati a fini Irpef. Il locatore, però, può optare per due soluzioni di tassazione. Si parla, in questo caso, di regime fiscale ordinario e di cedolare secca.

Se si sceglie il regime fiscale ordinario le tasse sul reddito derivante dalla locazione subiscono una deduzione forfettaria del 5%. Cioè si tassa solo il 95% del corrispettivo totale.

Parlando invece di cedolare secca, si parla di un’imposta sostitutiva che viene calcolata applicando un’aliquota del 21% sul reddito che viene percepito dal proprietario, per aver affittato l’immobile.

E’ un regime fiscale facoltativo che, abitualmente, si considera più conveniente dell’ordinario. Anche perché non solo sostituisce la parte Irpef, ma consente di evitare di pagare l’imposta di registro e di bollo.

Quando si decide per la cedolare secca, significa comunque rinunciare a chiedere di aggiornare il canone d’affitto.

E, in più, i proventi assoggettati alla cedolare restano esclusi dal reddito complessivo. Non vanno cioè inseriti nella denuncia dei redditi e, per questo motivo, su questi e sulla cedolare secca non si possono far valere oneri deducibili oppure detrazioni fiscali.

Nei redditi invece vanno compresi ai fini di riconoscimento di detrazioni, deduzioni oppure benefici legati al possesso di requisiti reddituali. Come, per esempio, il calcolo dell’Isee o del reddito.

 

Nel caso di morosità

Se esaminiamo l’aspetto della morosità sotto il punto di vista fiscale, dal 1 gennaio 2017 la mancata tassazione dei canoni di locazione è sanzionata in maniera pesante.

Cioè si deve pagare dal 90% al 180% del canone di locazione per il motivo di dichiarazione infedele.

Nel caso di omissione di dichiarazione, con un minimo di 200 euro, si paga dal 60% al 120%, sempre che la si presenti entro il termine per quella del periodo d’imposta seguente.

Anche nel caso che l’inquilino sia moroso, i redditi da locazione vanno dichiarati. Si può però smettere di versare l’Irpef sui canoni di locazione quando non vengono percepiti.

Questo a condizione che la locazione sia a uso abitativo e non, per esempio, commerciale. E che il mancato pagamento derivi dalla morosità dell’inquilino.

Oltre al fatto che questa sia accertata giudizialmente, in seguito al procedimento per la convalida dello sfratto a causa della morosità.

 

Tasse affitto: TARI

Questa è la tassa che si paga relativamente alla raccolta e allo smaltimento dei rifiuti. E’ stata istituita dalla legge di Stabilità del 2014.

Nasce dall’accorpamento di TARSU E TARES o di altre precedenti tasse su rifiuti e ambiente.

La devi pagare anche in caso l’appartamento resti vuoto, se le utenze, e cioè acqua, luce e gas, sono allacciate. Questa tassa non dipende dalla categoria catastale dell’abitazione.

Come si paga? Si somma una parte variabile che dipende dal numero di coloro che occupano l’abitazione a una parte fissa che si ottiene moltiplicando la tariffa per la superficie calpestabile dell’immobile.

Se sei il proprietario dell’immobile, sappi che la TARI deve essere pagata dall’inquilino. Tranne che se si tratta di locazioni inferiori ai 6 mesi l’anno, in quel caso sarà il proprietario a pagare. Quest’ultimo è il caso degli affitti brevi.

 

Chi deve pagare la TASI?

Prima di tutto spieghiamo di cosa si tratta. La TASI è il tributo per i servizi indivisibili, sempre introdotto dalla legge di Stabilità del 2014.

Si tratta dei servizi comunali di cui i cittadini usufruiscono come, ad esempio, l’illuminazione, la cura delle aree verdi pubbliche, delle strade e la sicurezza.

Si dice che è un servizio indivisibile perché tutti i cittadini ne usufruiscono ma non si può quantificare quando lo faccia ognuno singolarmente.

Il pagamento spetta a tutti coloro che possiedono fabbricati. Inclusa l’abitazione principali e le eventuali aree edificabili di proprietà, tranne per quanto riguarda i terreni agricoli. Si paga anche quando non si è residenti.

La quota TASI varia da Comune a Comune

Per rispondere alla domanda: chi deve pagare la TASI, bisogna considerare i tre casi che si presentano.

Può essere totalmente a carico del locatore, oppure a carico suo in una percentuale variabile compresa tra il 10% e il 30% e, per il resto, è a carico del conduttore.

Quest’ultimo caso riguarda solo conduttori non privati oppure non risiedenti nell’immobile. Concludendo, se il conduttore è un privato residente, la TASI è totalmente a carico del proprietario.

Per ulteriori informazioni è il caso di rivolgersi al Comune dove è situata l’abitazione.

 

Come si paga l’IMU?

Questa imposta si applica su tutti gli immobili che possiedi o su cui hai un diritto reale come, per esempio, l’usufrutto.

Si paga per immobili che appartengono alle categorie catastali A/1, A/8 e A/9 (immobili di lusso). Ma anche per le seconde case e per tutti gli altri immobili.

Per calcolare l’IMU si prende la reddita catastale rivalutata del 5% e moltiplicata per il coefficiente variabile in base alla categoria catastale cui appartiene.

Il valore che si ottiene deve, a sua volta, essere moltiplicato per l’aliquota comunale, tenendo conto di eventuali detrazioni.

Paghi tramite il modello F24 oppure con il bollettino di conto corrente postale, in cui si riporta il codice del proprio Comune.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *